Si parla molto in
questi giorni di "radici dell'Europa". I più ne parlano
con i modi e i toni delle tifoserie da stadio, Altri, pochi,
lavorando sulla Memoria. Il contributo che segue è uno dei pochi che
meritano di essere letti.
Jack Cucci*
Una certa idea di Europa
Allo scoppio della
seconda guerra mondiale, Samuel Beckett preferisce tornare nella
Parigi in guerra che restare nella Dublino in pace. In quel periodo,
sta vivendo una specie di crisi creativa. E pensa che grazie alla
compagnia di artisti come Francis Picabia potrà finalmente trovare
la sua strada. Presto, però, si trova a collaborare con la figlia
del dadaista, Gabrielle Martinez-Picabia, responsabile della rete
antinazista Gloria. Nell’organizzazione, Beckett ha il ruolo di
traduttore e nasconde i documenti segreti tra le sue scartoffie,
convinto che nessuno avrebbe ficcato il naso in mezzo a quelle
pagine. Un giorno del 1942, però, i nazisti, grazie alle soffiate di
un delatore, smantellano Gloria. Beckett riesce a sfuggire
all’arresto per un pelo e scappa, con la sua compagna, a
Roussillon. Di solito, si fa risalire la sua ossessione per
l’assurdità dell’esistenza a un’aggressione subita, senza
alcun motivo, qualche anno prima. Ma forse ha avuto il suo peso il
fatto che, per puro caso, lui si sia salvato e parecchi suoi compagni
della rete Gloria siano morti nei campi di concentramento di
Mauthausen o Buchenwald. Ad ogni modo, dopo la fine del conflitto,
Beckett non parlerà quasi mai del suo contributo alla resistenza e
arriverà a derubricarlo a un lavoro da boy scout.
Nello stesso anno in cui
lo scrittore si ritira dalla lotta, a Limoges, entra nella resistenza
un altro artista: Marcel Mangel. Attore di professione, Mangel è di
famiglia ebrea polacca e aderisce al gruppo Francs-tireurs et
partisans. Da partigiano, usa un nome falso che presto diventerà il
suo nome d’arte: Marceau. Il suo compito principale nella
resistenza è quello di portare in Svizzera decine di bambini ebrei.
E proprio grazie alle sue doti da mimo rende il viaggio meno
angosciante ai piccoli. Marceau, però, non è solo una guida ma
anche un combattente e partecipa a una serie di scontri armati contro
i tedeschi. Alla fine della guerra, dopo la morte di suo padre ad
Auschwitz, il mimo si consacrerà a una sorte di arte del silenzio. E
forse terrà chiusa la bocca per l’impossibilità di trovare le
parole adatte a descrivere tutto quello che hanno visto i suoi occhi.
Sempre nel 1942, a Lione,
entra nell’organizzazione Franc-Tireur lo storico Marc Bloch. In
realtà, Bloch si rende conto della degenerazione della situazione,
tempo prima, quando vede suo figlio giocare ai soldatini in una
battaglia campale tra francesi e tedeschi. Bloch, in effetti, ha una
capacità unica di capire da un dettaglio il contesto generale. Ma
non rinuncia mai a sottoporre le sue intuizioni fulminanti alla prova
dei fatti. E la prova dei fatti non tarda ad arrivare con l’invasione
tedesca della Francia. Così, da veterano della prima guerra
mondiale, Bloch partecipa alla seconda per combattere i nazisti
nell’esercito regolare. Poi arriva il momento di scegliere la
resistenza e uno come lui non può mancare l’appuntamento con la
storia. Più vecchio di Marceau e di Beckett, Bloch non ha
propriamente il phisique du role del sovversivo. Ma, presto,
nell’organizzazione resistenziale, passa da compiti di manovalanza
a ruoli di primordine, grazie a un’intelligenza e una preparazione
fuori dal comune. Di origine ebraica, Bloch si sente francese al
cento percento. E secondo alcune ricostruzioni prima di essere
fucilato dai nazisti avrebbe gridato “Viva la Francia”. Per
rendere giustizia a uno storico scrupoloso di quel calibro, bisogna
dubitare di certe voci senza pezze d’appoggio. Ma poniamo che sia
successo. Poniamo che Bloch abbia gridato “Viva la Francia”, un
attimo prima di essere ucciso. Chi, in tutta onestà, riuscirebbe a
vedere nazionalismo o sciovinismo in quel “Viva la Francia”? Chi
potrebbe leggere in quelle parole tracce di suprematismo o di
bellicismo? Beh se fosse successo, se Bloch avesse gridato davvero
“Viva la Francia”, in quel grido, si potrebbe cogliere soltanto
l’esaltazione di idee come la tolleranza, il pluralismo, la
giustizia e la libertà.
Quei valori accomunano
certi irlandesi, certi polacchi, certi francesi e certi abitanti di
tutto il resto del mondo. Quei valori, però, non sono i valori
fondativi di ogni paese. Quei valori sono i valori su cui si sono
costruite la Francia, prima, e l’Europa, poi, con tutti gli errori
e le contraddizioni che caratterizzano qualsiasi fatto umano. Ed è
grazie a questa piattaforma valoriale se ora qui si può straparlare
della democrazia. Negli ultimi decenni, si è discusso, fino allo
sfinimento, sulle radici dell’Europa. Per come la vedo io, le
radici le hanno le piante. E se ce l’ha pure l’Europa non so dove
siano. Ma credo che le parole di Beckett, i gesti di Marceau e le
ricerche di Bloch debbano essere tenute in considerazione da chi
vuole definire l'identità europea tanto quanto la disponibilità di
questi intellettuali a rinunciare a tutto per rendere possibili
parole, gesti e ricerche di segno opposto. Sarebbe doveroso che gli
intellettuali di oggi, qualunque sia il loro pensiero, cercassero di
essere all'altezza.
*Jack Cucci è lo
pseudonimo di un fine musicologo e di un "chierico" che non
ha tradito, giusto per citare Benda, quello che è il dovere di ogni
intellettuale: essere radicale, cioè andare sempre alla radice delle
cose, senza ideologie o compromessi. E come ricordava Marx, la radice delle cose è sempre l'uomo.