TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 19 febbraio 2018

Il bal do sabre


    Bagnasco

Tra le tradizioni di febbraio centrale è in Piemonte quella delle danze con la spada (in occitano sabre). Legate spesso al ricordo delle scorrerie saracene del X secolo, sono in realtà la sopravvivenza di antichissimi riti di fertilità risalenti all'alba del neolitico.

Guido Araldo

Il bal do sabre

Un ballo non necessariamente connesso al carnevale è il bal do sabre, anche se solitamente si svolgeva nel periodo carnevalesco proprio per gli ancestrali retaggi che lo collegano all’inizio della primavera.

Le danze armate sono retaggi antichissimi, risalenti all’origine della civiltà e presenti un po’ in tutte le culture. Sussistono echi di danze armate precristiane propedeutiche alle battaglie o commemorative di scontri vittoriosi; più ancora di riti agresti propiziatori di una buona stagione agricola.

Lo bal do sabre era una tradizione che coinvolgeva la Provenza, il Delfinato, il Piemonte e al Ponente Ligure, similmente alla pittura gotico – provenzale del XV secolo, diffusa in cappelle e chiese. Un’area peculiare europea estesa sulle Alpi Occidentali, con i territori circostanti.

In provincia di Cuneo si hanno testimonianze del bal do sabre a Bagnasco in Valle Tanaro, a Briaglia, villaggio prossimo a Mondovì; a Castelletto Stura, non lontano da Cuneo, e a Limone Piemonte con varianti, ovviamente, da paese a paese.



Pur trattandosi di una "danza armata", l’uso della spada acquisisce un valore simbolico e non viene usata per simulare combattimenti, ma per collegare le evoluzioni dei danzatori. Quattro le figure predominanti: la rosa di spade ingegnosamente intrecciate per innalzare il condannato; il cerchio, la treccia e la catena che si formano e si dissolvono al ritmo cadenzato del tamburo. Figure che alludono al fluire del tempo, alla vita e alla morte, alle stagioni che si rincorrono, al figlio che subentra al padre…

Il “bal do sabre” era tradizionalmente composto da 12 danzatori, con campanellini appesi a grandi cappellacci; più vari personaggi che differiscono da luogo a luogo: il Giullare o Arlecchino che solitamente si configura come il capo del corteo, il Senatore scortato da uno o più arcieri, i Mori, il Tamburino e svariati suonatori di violino, fisarmonica, ghironda, flauto… In alcune varianti il “bal do sabre” si concludeva con “il processo ad Arlecchino”, accusato di tradimento dai Mori e processato dal senatore. Condannato a morte, Arlecchino compilava il suo testamento protestando la propria innocenza: testamento letto pubblicamente. Ma, dopo essere stato giustiziato, Arlecchino riappare e torna festante in scena: un riferimento palese alla natura che si rinnova all’inizio della primavera.

Non a caso i danzatori sono dodici, come i mesi dell’anno, e dodici i nastri che si intrecciano alla fine della danza attorno all'albero. L’abbondanza dei colori rimanda al risveglio primaverile. La partecipazione del Giullare o Arlecchino, con un atteggiamento palesemente burlesco, ricorda che nessuno ha facoltà di domare il destino imprevedibile; ma il buon’umore e la tenacia, tipici delle genti contadine, aiutano a vivere meglio, a sopravvivere con dignità.

Ai significati benaugurali del “bal de sabre” si sono assommati ricordi traumatici di remote scorrerie saracene, arabe, moresche, turche. Ecco motivata la presenza dei Mori nel corteo, a volte di scorta al condannato, altre volte incatenati, altre volte delatori.

(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)

Gli anni del 68




GLI ANNI DEL 68 IN UN DOCUMENTARIO

Mercoledì 28 febbraio alle ore 20,30 al Teatro della Tosse, Sala Trionfo (piazza De Negri 6, Genova, ingresso libero) sarà proiettato il documentario “Gli anni del 68. Voci e carte dall’archivio dei movimenti”, realizzato da Giuliano Galletta e Marino Carmelo e prodotto dall’Associazione per un Archivio dei movimenti. A partire dalla grande mostra che si è tenuta al Palazzo Ducale di Genova nel febbraio 2017, il video racconta “il lungo 68” affiancando ai documenti – volantini, foto, manifesti, libri, riviste, opuscoli, filmati, oggetti ¬che erano esposti – una serie di interviste inedite a testimoni, storici di diverse generazioni, giornalisti, studenti. Un percorso che permette a chi non ha visitato la mostra di conoscerne i contenuti e di riviverne lo spirito. Il video dedica spazio anche al pubblico – la mostra ha avuto, in un solo mese, undicimila visitatori – che è stato assoluto protagonista dell’evento. La colonna sonora utilizza brani dell’Assemblea Musicale Teatrale.

L’Archivio dei movimenti di Genova (www.archviomovimenti.org), nato nel 2009, conserva, ordina e mette a disposizione del pubblico, presso la Biblioteca Civica Berio, materiali relativi alla stagione dei movimenti, svolge un’attività di raccolta di fonti orali e di ricerca sulle fonti in collaborazione con l’Università di Genova, promuove iniziative culturali (presentazioni di libri, convegni, incontri) ed editoriali e di produzioni video. In occasione della mostra è stato pubblicato il libro “Gli anni del 68. Voci e carte all’archivio dei movimenti” (Archimovi/Il Canneto editore) con quaranta contributi tra saggi e testimonianze; è in uscita un secondo libro che riproduce testi, didascalie e documenti così come sono stati esposti, oltre a una ricca galleria fotografica dell’evento e un’interessante selezione dei 1028 commenti scritti sul libro dei visitatori.

IL DOCUMENTARIO “GLI ANNI DEL 68. VOCI E CARTE DALL’ARCHIVIO DEI MOVIMENTI”

Regia di Giuliano Galletta, riprese e montaggio Marino Carmelo, riprese aggiuntive e foto Adel Oberto, Circolo 36° fotogramma, Piero Pastorino, Adriano Silingardi, Iose Varlese. Produzione Associazione per un Archivio dei movimenti, via Giovanni Torti 35, 16143 Genova. Durata 81 minuti.

https://www.youtube.com/watch?v=wcEZRLUcmgc&feature=share


domenica 18 febbraio 2018

Dante, viaggiatore in Liguria




Martedì, 20 febbraio 2018, alle 15.15 presso la Sala Polivalente (Biblioteca) di Quiliano nell'ambito dell'anno accademico 2017-2018 dell'UniSabazia

Settimo incontro del corso “Donne, maghi, poeti e marinai: aspetti insoliti della Liguria di Ponente”

Dante, viaggiatore in Liguria
Conversazione a cura di Giorgio Amico


Ahi genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?

(Inferno, canto XXIII)

Gatti Bianchi Gatti Neri




Ieri,“giornata del gatto”, a Milano inaugurata una mostra su come il nostro immaginario ha rappresentato e rappresenta questi simpatici felini. Ma i gatti sono davvero così?

Elena Stancanelli

Orgoglio felino in fumo, anzi fumetto

P ochi ci fanno attenzione, ma Gambadilegno, il rivale di Topolino, è un gatto. Un grosso gatto con una zampa di legno. Di lui e altri gatti si occupa la mostra " Gatti neri e gatti bianchi", fino al 31 marzo al Wow Spazio Fumetto, in via Campania 12, a Milano.

La mostra apre il 17 febbraio, giornata nazionale del gatto, e celebra i felini che sono stati ritratti, raccontati, e sono divenuti protagonisti di film e cartoni. Il primo dei quali è lo Chat noir, che conosciamo dai manifesti dell'omonimo locale di Parigi. Ma il più celebre è Felix, nato in un cartoon degli anni venti e divenuto il primo gatto a essere trasmesso in televisione. Tra loro il povero Plutone, il gatto nero dell'omonimo racconto di Allan Poe, murato vivo dal padrone che voleva occultare il cadavere della moglie uccisa.

I gatti sono amici degli scrittori, perché sono silenziosi e non chiedono troppa attenzione, e sono protagonisti delle storie perché la loro natura li rende personaggi perfetti. Sono stati divinità, nei secoli in cui gli dei erano più accidiosi, volubili e meno interessati alla politica di adesso. A volte demoni, quasi sempre esseri speciali. Il gatto ha sempre goduto di un pregiudizio positivo. Più che positivo: il gatto, nella nostra immaginazione, vive nell'eccellenza. Non esistono gatti normali, mediamente simpatici, buffi… Esistono solo gatti straordinari, le cui imprese ci lasciano senza parole, la cui presenza del mondo è fonte di illuminazione.



Oltre al fatto che, ovviamente, tutti i gatti posseggono i super poteri. Ho visto almeno un paio di menti eccellenti della mia generazione soccombere davanti a un gattino. Li ho visti disperarsi di fronte a minuscoli doloretti di pancia della creatura, vegliare notti intere per non dimenticare di dargli la pillola la momento giusto, per prendere nota di quante volte, e come, avesse fatto pipì. Ho sentito uomini adulti fare le vocine, scostare le lenzuola per fargli posto, cucinare ricette gustose, selezionare cat sitter in base al carattere, perché il micino è sensibile e non può stare con tutte. Anche i cani ci fanno rincretinire, i cuccioli ci fanno rotolare sul tappeto anche se abbiamo l'artrosi, e indossare il cappotto sul pigiama e uscire sotto la pioggia perché ci sembra che in casa si stiano annoiando. Ma con i gatti è diverso.

Il cane è tuo amico, vuole giocare con te, farti divertire, trotterellarti accanto. Il gatto no, il gatto vuole che tu faccia quello che decide lui. Ma lui non lo fa, lui ti guarda. Non partecipa. Ti comanda, come una mistress che non scende mai dai tacchi a spillo. E questo, si sa, è irresistibile. Superata una certa età, trovare qualcuno che sappia dirti con esattezza quello che devi fare, e subito dopo ricompensarti con struggente tenerezza, e subito dopo ancora andarsene con eleganza lasciandoti come un cretino, con la smania di vederlo tornare, è quanto di più desiderabile. Persino quando un gatto gioca con la pallina - che come sappiamo ormai, non è affatto un gioco ma un allenamento alla caccia - la sensazione che si ha è che si tratti di uno spettacolo per noi.


Il gatto ci comanda persino imponendoci come raccontarlo. Per quanto vi concentriate su di lui, infatti, non vi capiterà mai di sorprenderlo. Mentre i cani fanno continuamente cose a caso, ridicole, goffe, il gatto fa esattamente quello che aveva programmato, e nel modo in cui aveva previsto di farlo. Fidatevi: anche quando vi sembrerà di averlo fregato, con un po' di attenzione scoprirete che si tratta di un progetto, con uno scopo preciso.

E non è forse questo il contrario della letteratura, si potrebbe obiettare, qualcuno che anzichè vivere in maniera slabbrata e imprevedibile, disegna dei mandala, esatti, bellissimi? Forse, ma è vero che nelle traiettorie esistenziali del gatto, nella sua abilità a ricalcare, a non sbagliare, c'è qualcosa che i libri cercano in maniera affannosa: la possibilità di tenere un piede, una zampa, nell'eterno e l'altro nel presente, uno nell'immobilità e l'altro nell'imprevedibile. È per questo che, sebbene il nostro amore per gli animali tenda a trasformarli, umanizzarli, antropomorfizzarli, la stessa regola non può valere per i gatti. Dovrebbero scendere troppi gradini nella scala dell'esistenza, per farsi umani. Dovrebbero dimenticare troppa saggezza, cedere troppa serenità in cambio di vestitini di cachemire. Scordiamocelo.

La Repubblica – 10 febbraio 2018

Alain de Benoist, ideologo di una Nuova Destra sempre più simile al vecchio fascismo



Chi è l'animatore della Nouvelle Droite francese che la Fondazione Feltrinelli aveva invitato a Milano. Ora è deciso: De Benoist non verrà.Considerato che De Benoist non ha mai nascosto nè le sue idee nè le sue frequentazioni,   la Fondazione Feltrinelli non ci fa certo una bella figura. 

Guido Caldiron

De Benoist, un ideologo irriducibile

A pochi giorni dalla tentata strage razzista di Macerata, l’appello lanciato da un gruppo di studiose e studiosi delle destre che operano negli atenei di tutta Europa, è andato a buon fine. La Fondazione Feltrinelli ha deciso di annullare l’incontro con Alain de Benoist, inizialmente programmato a Milano nell’ambito di What is Left/What is Right.

Il principale animatore, nonché uno dei fondatori, della cosiddetta Nouvelle Droite, non sarà, almeno per questa volta, ospite del nostro paese, dopo aver partecipato nel corso degli ultimi decenni a una lunga serie di incontri organizzati dal circuito della destra di ispirazione neofascista o dagli ambienti della Lega, ed essere consultato abitualmente, specie sui temi relativi all’immigrazione, dalle testate legate al centrodestra o da trasmissioni televisive a vocazione patriottico-populista.

Pproprio il fatto che l’invito che era stato rivolto a de Benoist (a ragione definito nel testo redatto da storiche e storici come l’«ideologo dei movimenti neofascisti pan-europei, oltre che teorico di una forma di razzismo culturalista non limitato all’area neofascista»), sia caduto per una sorta di sinistra coincidenza nei giorni dell’atto terroristico compiuto nella città delle Marche da un estremista nero approdato nelle fila leghiste, solo l’ennesimo episodio di una lunga serie di atti di barbarie spicciola, invita però a riflettere sulla reale portata di quella nuova cultura «identitaria» di cui il saggista francese è da decenni uno dei protagonisti indiscussi.

Misurarsi con le idee della Nouvelle Droite significa fare i conti con il potente ritorno delle tesi che postulano, con diversi accenti, l’ineguaglianza degli esseri umani, anche nella società contemporanea. Il tutto attraverso una progressione polemica e argomentiva che dall’irruzione sul terreno della cultura delle differenze, per mascherare la genesi del nuovo razzismo «culturalista» nella stagione del ritorno delle piccole patrie produttive e identitarie intorno alla metà degli anni ’90, si sta traducendo, in un presente dominato dalla crisi sociale e dall’annuncio della «decadenza della civiltà europea», in quello che si può con qualche semplificazione riassumere come il corollario ideologico di una preferenza nazionale declinata però in chiave continentale.

Autentica benzina per i fuochi razzisti che si vanno accendendo in tutta Europa. Ma anche potente strumento di riconquista culturale a vocazione di massa per una «destra plurale» che non mostra più complessi nell’includere tra le proprie schiere i fautori di una difesa della razza bianca dalla minaccia migratoria.

Apparsa in controtendenza rispetto ai movimenti del Maggio francese, a partire da un gruppo di studenti neofascisti che si erano formati sulle opere di Julius Evola e sulla sua concezione di guerra alla modernità in nome della razza – tra loro, accanto a de Benoist, anche l’ex Oas Dominique Venner morto suicida nel 2013 a Notre Dame per denunciare l’imbastardimento della Francia e la sua fine annunciata grazie al «Mariage pour tous» -, il circuito della Nouvelle Droite, che troverà epigoni e seguaci dapprima in tutta Europa, Russia compresa e, come emerso anche negli ambienti della Alt-Right, oltre oceano, ha definito fin dai primi anni Settanta un corpus dottrinario che afferma l’«estrema valorizzazione delle specificità culturali e identitarie come chiave per scardinare l’universalismo di matrice democratica. Un elogio delle «differenze», da cui la definizione di «differenzialismo» come linea-guida per tutta quest’area, che con la scusa di mettere in guardia dal rischio di un’omologazione culturale in salsa americana, arriva a sostenere l’impossibilità della convivenza tra «culture» in quella che appare come un’eco inquietante dell’antica denuncia della contaminazione razziale.

Analogamente è «alla concezione del mondo egualitaria», oltre che all’«americanizzazione del pianeta», che viene fatta risalire la genesi dei processi di globalizzazione economica e culturale, ribattezzati con un neologismo poi diventato di senso comune tra le estreme destre internazionali, come «mondialismo». Termine che anche in questo caso sembra indicare una certa analogia con il cosmopolitismo denunciato storicamente dai fascisti di ogni sorta e che rimanda a letture complottiste e antisemite ben note.

Così, contro l’edificazione di quella che definisce come un’unica «civiltà mondiale», lo stesso de Benoist auspica di «veder vivere in base al proprio ritmo dei popoli differenti, di un diverso colore della pelle, di un’altra cultura, di un’altra mentalità – e che sono fieri della loro differenza». E ritiene «che questa differenza rappresenti la ricchezza del mondo e che l’egualitarismo la stia uccidendo».

Una posizione che declinata nelle contemporanee società occidentali, a partire da quella francese che si è costruita sull’immigrazione, sembra suggerire forme esplicite di apartheid culturale se non, peggio, di rigetto del meticciato e dell’incontro in nome della difesa di identità pure e irriducibili. Ciò che nell’accelerazione dei conflitti propria della stagione della crisi, si sta drammaticamente trasformando in un annuncio di guerra razziale.

Il Manifesto – 9 febbraio 2018

sabato 17 febbraio 2018

Attraverso la piccola porta. Walter Benjamin e il tempo presente



Se, come scrive Benjamin nelle sue tesi sul concetto di storia, ogni secondo del tempo che ci attende è la piccola porta attraverso cui può passare il messia, allora c'è ancora spazio per la speranza. Ma a patto di “saper articolare storicamente il passato”. Di sapere, cioè, che “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince”. Dal passato Walter Benjamin scrive per noi.


Mario Pezzella

Walter Benjamin, l’intensità dell’attimo e il tempo discontinuo


Si intitola Attraverso la piccola porta (Mimesis, pp. 114, euro 14) il volume che Massimiliano Tomba dedica a Walter Benjamin, presenza cruciale nella filosofia del ’900; il pensiero del filosofo berlinese è l’unica vera alternativa a Heidegger. Partendo da questa chiara posizione, Tomba rilegge i temi decisivi di Benjamin, primo fra tutti l’opposizione fra giustizia e diritto, a partire dal saggio Per la critica della violenza. Nonostante la neutralità che esibisce nelle democrazie rappresentative, il diritto non cancella, ma codifica la violenza fondatrice dello Stato e i rapporti di potere che ne conseguono.

L’uguaglianza statuita dal diritto è solo formale, è una riduzione passiva delle insorgenze egualitarie; riconosciuta come principio, essa non è realizzata. È il caso del lavoro salariato: oggetto di un contratto i cui contraenti sono uguali in astratto e in realtà divisi da un rapporto di sfruttamento.

Connessa alla critica del diritto è quella alla democrazia parlamentare, in cui il rappresentante agisce in nome di un Popolo-Uno, che è invece diviso in classi e interessi in conflitto ed è un fantasma prodotto dalla rappresentanza stessa, con cui essa cerca di legittimarsi. In effetti la delega si autonomizza, non è più controllata e agisce in nome di una fittizia universalità: «Il popolo, come unità e totalità, è l’assente che viene reso visibile come soggetto politico attraverso il rappresentante che agisce in suo nome».

In questo contesto, la violenza della polizia è sempre latente e pronta a emergere, a intervenire in stato di emergenza, al di fuori dei codici stabiliti, con diritto sovrano di vita e di morte. Benjamin pensava agli spartakisti e alla morte di Rosa Luxembourg. La democrazia cela il germe di un regime autoritario, senza che ci sia tra di essi un salto di continuità.

Uno dei pregi maggiori del libro è di applicare a Benjamin il suo proprio metodo, creando un corto circuito dialettico tra il testo analizzato e il nostro presente. Così avviene per i termini di violenza mitica e violenza divina. La prima è il «contesto colpevole» in cui il potere chiude la vita: e si riattualizza nella condizione dei migranti oggi, posti di fronte a confini e muri, superando i quali incorrono nella colpa e nella morte: «La violenza mitica emerge ogni qualvolta che viene violato un confine». Tomba attualizza Benjamin alla luce dello stato di emergenza in cui noi stiamo vivendo, collocandolo nel tempo discontinuo delle rivolte e delle brecce di libertà degli oppressi.


La violenza divina si oppone a quella del diritto e dello Stato. La felicità a cui mira ha un aspetto anarchico e nichilista perché – afferma Benjamin nel Frammento teologico-politico- produce il dissolvimento di una legge e di un ordine simbolico divenuti ingiustificabili. Da qui nasce il sentimento di festa e liberazione che accompagna gli inizi di una rivoluzione: questa è un arresto del tempo e non una corsa sfrenata verso il progresso, e solo così spezza il ciclo della violenza mitica e «il continuum violento del diritto».

In tale dissolvimento di vincoli giuridici ingiusti, si comprende il rilievo dato da Benjamin allo sciopero generale di Sorel, capace di porre in sospeso le funzioni statali e le relazioni di sfruttamento salariale, fino a produrre una crisi implosiva dell’ordine del capitale: «Per chi è oppresso, felicità può solo essere il passare della presente condizione subalterna».


In effetti il «vero politico» di Benjamin non si limita ai possibili presenti in una situazione ma è «colui che sa indicare l’uscita dalla situazione come possibile». Lo sciopero generale è una desistenza generalizzata dalla prassi del capitale.

Il vero politico apprezza i «differenziali di tempo», la presenza di possibili non codificati, appartenenti a esperienze «altre» nello spazio e nel tempo, anche non occidentali, che è possibile riattualizzare nel multiversum temporale del presente. C’è una «storia invisibile» che riemerge periodicamente dal suo fondo sotterraneo, e si affida al tempo discontinuo dell’intensità dell’attimo, in cui ogni frammento di tempo è la «piccola porta», da cui potrebbe entrare il Messia: «Ogni singola azione ha il ritmo della natura messianica…Si tratta di agire, in ogni singolo atto, come se il Messia fosse già arrivato».

Questa intensità giustifica il sentimento di fratellanza con coloro che nel passato o nel presente hanno partecipato alla lotta contro il dominio. «La fratellanza è un simbolo che investe le generazioni passate, presenti e future». Certo, non abbiamo soluzioni sicure per evitare che il momento festoso e destituente delle rivoluzioni si irrigidisca in nuovi ordini statuali oppressivi. Tuttavia il concetto di fratellanza, che implica ad un tempo il riconoscimento dell’uguaglianza e della irriducibile differenza dell’altro, può essere una buona unità di misura nella lotta per la libertà.

il manifesto – 16 febbraio 2018

giovedì 15 febbraio 2018

Elogio dell'attesa nell'era WhatsApp


    Hopper, Morning Sun

Non sappiamo più attendere. Tutto ormai deve svolgersi “in tempo reale”. Un eterno presente che uccide l'immaginazione e il piacere.

Marco Belpoliti

Elogio dell'attesa nell'era WhatsApp

Non sappiamo più attendere. Tutto è diventato istantaneo, in "tempo reale", come si è cominciato a dire da qualche anno. La parola chiave è: "Simultaneo". Scrivo una email e attendo la risposta immediata. Se non arriva m'infastidisco: perché non risponde? Lo scambio epistolare in passato era il luogo del tempo differito. Le buste andavano e arrivavano a ritmi lenti. Per non dire poi dei sistemi di messaggi istantanei cui ricorriamo: WhatsApp. Botta e risposta. Eppure tutto intorno a noi sembra segnato dall'attesa: la gestazione, l'adolescenza, l'età adulta. C'è un tempo per ogni cosa, e non è mai un tempo immediato. Il libro in cui il fisico Carlo Rovelli spiega cos'è il tempo ( L'ordine del tempo, Adelphi) inizia così: «Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo. Questo è il tempo. Famigliare e intimo».

Alla fine Rovelli ci dice che per la fisica quello che non esiste è proprio il presente, la dimensione della realtà cui siamo tutti legati. "Attendere" significa rivolgere l'animo verso qualcosa. I suoi significati implicano ascolto, attenzione, applicazione, mantenere la parola data. La giornalista tedesca Andrea Köhler in L'arte dell'attesa (add editore), uscito da poco, ci ricorda come nel più grande vocabolario tedesco, il Dizionario Grimm, la locuzione "attendere qualcosa" compare solo nel XIV secolo, e per almeno quattro secoli non contiene complementi che manifestano il tormento d'attendere. Sarà il Romanticismo, e Goethe in particolare, a definire l'attesa «con desiderio», «con impazienza» e persino «con dolore».

L'attesa d'amore comincia allora, ma è già un'altra storia, come ha spiegato Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: «Sono innamorato? — Sì, perché sto aspettando». L'innamorato sa attendere, ne conosce la passione e il tormento, come argomenta lo scrittore francese, perché il tempo dell'attesa è un tempo soggettivo, che confina con la noia e con il tedio. Lo scrittore austriaco Alfred Polgar l'ha detto in modo icastico: «Quando, alle dieci e mezzo, guardai l'orologio, erano solo le nove e mezzo». Attendere significa non solo fremere, ma anche annoiarsi e Walter Benjamin ha sottolineato come questa attesa sia piena di promesse, ovvero creativa, dal momento che la noia è «l'uccello incantato che cova l'uovo dell'esperienza».

Chi ha oggi tempo di attendere e di sopportare la noia? Tutto e subito. È evidente che la tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nel ridurre i tempi d'attesa, o almeno a farci credere che sia sempre possibile farlo.


Certo a partire dall'inizio del XIX secolo tutto è andato sempre più in fretta. L'efficienza compulsiva è diventato uno dei tratti della psicologia degli individui. Chi vuole aspettare o, peggio ancora, perdere tempo? Hartmut Rosa, un sociologo tedesco, ha spiegato come funziona questo processo contemporaneo in Accelerazione e alienazione (Einaudi). Rosa ritiene che il motore di tutto questo non sia tanto la tecnologia, che pure vi contribuisce, ma la competizione sociale: risparmiare tempo è uno dei modi più sicuri per partecipare alla grande competizione in corso nelle società occidentali. Sarebbe la circolazione sempre più rapida del denaro, creata dal capitalismo finanziario, a determinare l'accelerazione. Eppure ci sono ancora tanti tempi morti: «Si prega di attendere» è la risposta che danno i numeri telefonici che componiamo quasi ogni giorno.

Aspettiamo nelle stazioni, negli aeroporti, agli sportelli, sia quelli reali che virtuali. Attendiamo sempre, eppure non lo sappiamo più fare. Come minimo ci innervosiamo. L'attesa provoca persino rancore. Pensiamo: non si può fare più velocemente? Anche se chi organizza lo spazio dell'attesa — medico, avvocato, centro clinico — possiede i mezzi economici per renderlo piacevole, risulta comunque qualcosa d'irrisolto, d'interstiziale.

La verità è che noi non sopportiamo queste zone intermedie, gli spazi e i tempi in cui siamo costretti a esercitare la pazienza. Aspettare è vissuto come un'imposizione. I potenti fanno sempre attendere, dilatano il tempo d'attesa e mettono a dura prova.

Perché è così insopportabile? Perché siamo diventati intolleranti, perché non sappiamo guardare al tempo futuro, perché non sappiamo differire. La verità è che l'attesa ha a che fare con l'unica cosa che ci spaventa davvero: la nostra morte.

Nell'attesa si sperimenta il tempo vuoto, che è l'immagine di un tempo futuro, quello vuoto di noi.
Senza di noi. Per i filosofi, da Kierkegaard a Heidegger, questa sarebbe l'apertura verso l'autenticità, verso il pensare profondo. Acceleriamo per questo, riempiamo il tempo perché temiamo l'horror vacui.

Kafka, Blanchot, Beckett, Handke e molti altri ce l'hanno detto. In Aspettando Godot dice Vladimiro: «Questo ci ha fatto passare il tempo». «Sarebbe passato lo stesso», gli risponde Estragone.

La Repubblica – 31 gennaio 2018