TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 21 settembre 2017

Castro, la città fantasma distrutta dai papi


Città perdute/ 15. Storia e miseria della «capitale» del potente feudo Farnese nella Tuscia, che ebbe alterne fortune per 112 anni e oggi è un luogo impervio, ingoiato dai dirupi del tufo. Stendhal vi ambientò uno dei suoi romanzi più belli.

Marco Bascetta

Castro, le rovine fra i licheni

Ischia di Castro, Arlena di Castro, Grotte di Castro, Montalto di Castro, chi ha avuto la fortuna di visitare l’estremo nord del Lazio, quella terra straordinaria e selvaggia che, ai confini con la Toscana, si estende dal lago di Bolsena al mar Tirreno si è certamente imbattuto in qualcuna di queste pittoresche cittadine arrampicate su rupi di tufo circondate da profonde «forre» coperte di una lussureggiante vegetazione. Ma Castro, la «capitale» dalla quale il nome di questi luoghi ricorda la dipendenza, non esiste più da secoli.

I cumuli di pietre ricoperti di edere e muschi, i capitelli, gli architravi, le lesene, le mensole e le soglie in travertino e peperino che arricchivano le facciate dei palazzi e delle chiese di quell’ammirata città giacciono sparpagliati nel fitto bosco che occupa la sommità di uno sperone di tufo «a forma di lira» che si affaccia a picco sulla profonda valle dell’Olpeta, l’emissario del piccolo e profondissimo lago di Mezzano che va a gettarsi nel fiume Fiora. Tra le macerie di scuro tufo, calcinacci e laterizi, si scorgono gli ingressi, ingombri di felci giganti e di spesse liane legnose, le scale e le volte a botte di ampie cantine. Scavati nei pavimenti di nuda pietra si allineano numerosi «pozzi», accuratamente ripuliti nel corso di decenni dai cercatori delle ceramiche medioevali e rinascimentali che vi venivano gettate.



Questo è ciò che resta di quella che fu la capitale del potente feudo dei Farnese, un vero e proprio Stato nello Stato pontificio, vissuto per 112 anni. Il luogo è solitario, silenzioso, impervio. Dall’orlo della rupe, oltre i vertiginosi strapiombi di tufo ai cui piedi scorre l’Olpeta, campi di grano e pascoli a perdita d’occhio fino ai monti che delimitano la valle del Fiora. Deturpano l’atmosfera affascinante di Castro solo i ponteggi arrugginiti, le tettoie di lamiera cadenti e le malandate recinzioni che qualche campagna di scavi didattici si è lasciata dietro, dopo aver liberato dalle macerie ed esposto alle intemperie alcune porzioni dei maggiori edifici e tratti del tracciato stradale.

Aggirandosi tra le rovine non si può sfuggire all’impressione che quelle distruzioni abbiano seguito un metodo, un disegno meticoloso, una precisa volontà. Non presentano l’irregolarità casuale di un terremoto, di un bombardamento o di un incendio, né la lenta corrosione dell’abbandono e del tempo. Castro fu demolita sistematicamente e radicalmente in modo che non potesse mai più risorgere. Il minaccioso messaggio di una fine irreversibile fu affidato a un cippo che recava la scritta «Qui fu Castro».

Una Cartagine della Tuscia, insomma, vittima però non del grandioso scontro tra due imperi e due civiltà, ma delle faide e dell’avidità delle grandi casate che si contendevano ricchezze e potere all’interno dello Stato della chiesa, vittima di cardinali, camerlenghi e pontefici devoti soprattutto agli affari di famiglia. Due brevi guerricciole senza gloria posero fine all’esistenza di Castro nel settembre del 1649.



La città, come testimoniano le necropoli che la circondano, ha origini etrusche collegate alla vicina Vulci (alcuni la identificano con Statonia) e la sua vita si protrae ininterrotta in epoca romana e medioevale. Per secoli è un modesto centro appartenente alla Camera apostolica (una «bicocca di zingari» lo definisce Annibal Caro nel 1532). Ma nel 1537, il papa Paolo III Farnese rende quelle ricche terre un ducato a favore del figlio Pier Luigi che cederà in cambio di Frascati alla Camera apostolica. La città si arricchisce di monumenti e fortezze, la sua piazza principale, piazza maggiore, dove sorge l’edificio della Zecca, è realizzata da Antonio da Sangallo il giovane.

Il ducato è ricco, produttivo, prestigioso. Batte moneta, intesse alleanze politiche in Italia e in Europa. Ma quella potenza politica che i Farnese si trasmettono nel bel mezzo dei possedimenti pontifici e non lontano da Roma inquieta il Vaticano, passato nel frattempo in mano ai Barberini. I nipoti di Urbano VIII fanno pressioni su Odoardo Farnese perché venda il ducato. Si tirano in ballo appalti disattesi e debiti non pagati, mercanti e banchieri, per piegare il duca. Nulla da fare, la parola passa alle armi.



Nel 1641 scoppia la prima guerra di Castro. Senza troppo sforzo, le truppe pontificie occupano la città e Ronciglione che saranno messe all’incanto l’anno successivo. Ma il duca Odoardo Farnese non si dà per vinto, rivendica i suoi diritti su Castro e si organizza per la guerra. Intanto le mire dei Barberini non si fermano al Lazio. Hanno messo gli occhi anche su un altro possedimento dei Farnese: Parma e Piacenza. Firenze, Venezia e Modena considerano questi appetiti una minacciosa espansione del potere pontificio in prossimità dei propri confini nonché una pericolosa alterazione di delicati equilibri e decidono di schierarsi con i Farnese.

A questo punto nella controversia entra in gioco anche la Francia. Così, grazie alla rete di alleanze i Farnese tornano in possesso di Castro e del ducato nel 1644. La pace è di breve durata, la tregua con Roma è fragile e apparente. La seconda guerra di Castro, quella definitiva, scoppia nel 1649. Il pretesto è l’assassinio, presso Monterosi, di monsignor Cristoforo Giarda barnabita novarese elevato dal papa al vescovado di Castro e sgradito al duca Ranuccio II.

    Resti della Cattedrale

Accusato dell'omicidio è Iacopo Gaufrido, primo ministro di Ranuccio sospettato di essere il mandante. In luglio le truppe di Innocenzo X marciano ben armate su Castro e la cingono d’assedio. Questa volta incontrano una seria resistenza. Il ducato si è munito di possenti fortificazioni e di truppe. Tuttavia, a corto di viveri e munizioni, Castro è costretta alla capitolazione il 2 di settembre. La città e le sue fortificazioni vengono smantellate a colpi di piccone, le facciate dei palazzi imbragate con le corde e trascinate a terra dai cavalli. Chiese e conventi subiscono la stessa sorte.

L’opera di demolizione prosegue metodica fino a quando anche l’ultimo edificio avrà perduto ogni fisionomia e l’intera città si presenterà come una distesa di macerie. Gli abitanti vengono deportati e il ministro Gaufrido processato e giustiziato. Un piccolo gioiello dell’architettura rinascimentale sarà così ridotto in briciole.

Per diversi anni ancora i Farnese rivendicheranno il possesso di quelle terre con la mediazione francese. Per restituirle lo Stato pontificio pretende il saldo di una montagna di debiti che la dissestata corte di Parma e Piacenza non riuscirà mai a onorare. Col passare del tempo la questione verrà dimenticata, così come la capitale distrutta del potente Stato dei Farnese.



Per una curiosa circostanza del ducato di Castro si tornerà a parlare durante l’occupazione napoleonica dello Stato pontificio. A volerlo resuscitare è un visionario giacobino italiano dalla vita turbolenta e dalla biografia incerta e lacunosa. Enrico Michele L’Aurora, questo il suo nome, si riteneva erede di una famiglia romana che accampava diritti sulle terre di Castro. Radicale, ammiratore di Toussaint Louverture, il condottiero della rivoluzione haitiana, fautore di un deismo popolare altamente ritualizzato, spesso in rotta con l’amministrazione napoleonica che riteneva opportunista e compromissoria, nel 1798

L’Aurora propose al Direttorio la creazione di uno stato autonomo nelle terre dell’antico ducato che avrebbe dovuto dare rifugio e protezione ai rifugiati politici e ai rivoluzionari attivi in tutta la penisola. Naturalmente non se ne fece nulla. È questa l’ultima volta in cui il ducato fu pensato come una possibile entità politica. Poi le rovine di Castro divennero, insieme alla vicina Selva del Lamone, rifugio dei briganti che, per anni, avrebbero imperversato nella selvaggia Maremma laziale.


Il Manifesto – 29 agosto 2017

Napoli, Mater Matuta feconda ancora ma ora si chiama Santa Maria Francesca

    Ex voto

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, a Napoli, è la chiesa dove migliaia di donne accorrono da tutto il mondo sperando nel miracolo della fertilità. Un viaggio tra oggetti appartenuti alla beata, rituali di “ostetricia miracolosa”, crocieristi e sfogliatelle. Quinta e ultima puntata di " Pagani d'Italia" di Marino Niola, racconto dei luoghi, più o meno noti, del nostro Paese dove sopravvive la memoria di leggende e culti ancestrali.


Marino Niola

Il tempio glocal della fecondazione assistita dall’alto



«Ci siamo recate con una mia amica, e l’emozione è stata tanta! super organizzati, chiesetta piccolina ma particolarmente bella. Da non perdere». Lo scrive Fede X su TripAdvisor. La chiesa in questione non è quella di Nostra Signora della Recensione. Ma quella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, a Napoli, dove migliaia di donne accorrono da tutto il mondo per sottoporsi all’ultimo rito di fertilità dell’Occidente. Siamo nel cuore dei Quartieri Spagnoli, a pochi passi dall’affollatissima via Toledo dove impazza lo street food. D’altra parte si sa che a Napoli si viene anche per nutrirsi di stereotipi. Che siano pizza e babà, o che siano miracoli. Per questi ultimi basta chiamarsi fuori dalla pazza folla, risalire vico Tre Re a Toledo. E mescolarsi alla lunga fila di coppie che salgono la scaletta ripida che conduce al sancta sanctorum della procreazione.

La chiamano la casa della santarella. Qui Maria Francesca ha speso la sua vita tra preghiera e ricamo, ricamo e preghiera. Ora et labora H24 per una vera figlia del popolo. Che non poteva entrare in convento perché il suo lavoro di tessitrice a domicilio era troppo importante per la sopravvivenza della famiglia. Così aveva optato per l’abito terziario francescano e una clausura tra le mura domestiche. Da queste parti, quelle come lei, le chiamano monache di casa, altrove beghine.

    Santa Maria Francesca

Aveva il dono della profezia tanto da predire la Rivoluzione francese con molti anni di anticipo. Tra i tanti prodigi che le vengono attribuiti c’è anche quello di aver convinto una statua di Gesù bambino ad animarsi per farsi vestire con gli abitini che lei stessa gli aveva cucito. E quando morì, il 6 ottobre 1791, aveva al suo attivo un portfolio miracolistico di tutto rispetto. Con una vera e propria specializzazione in ostetricia soprannaturale. Cosa che, in un’epoca in cui la mortalità infantile era elevatissima e il parto un mistero doloroso, oltre che pericoloso, spiega la sua popolarità.

Che paradossalmente è in crescita. Perché è vero che oggi la gravidanza è un percorso supermonitorato e ipermedicalizzato, ma è anche vero che l’infertilità ha raggiunto cifre da capogiro. Solo in Italia affligge il trenta per cento delle coppie. Risultato, la casa santuario di Maria Francesca è diventata un tempio contemporaneo della fecondità. Dove si celebra una liturgia femminile che rimodella un fondo misteriosamente arcaico per consegnare alla santa l’eredità delle Grandi Madri, signore numinose e luminose delle nascite e dei destini.

Come le greche Demetra e Hera. O come le romane Lucina e Anna Perenna, la nutrice dell’universo, venerata dalle donne senza figli. E soprattutto Mater Matuta, patrona degli stati aurorali della vita. Il suo tempio, nel Foro Boario di Roma, era stato consacrato da Romolo in persona. Ma l’epicentro del suo culto era proprio in Campania, nell’antica Capua, la città delle prodezze di Spartaco e degli ozi di Annibale. Il santuario della dea custodiva una folla muta di madri di pietra dagli occhi d’abisso.

    Mater Matuta

Che troneggiano ancora in una sala del Museo Campano di Capua. Tengono appoggiati sulle braccia bambini in fasce come se fossero spighe di grano. Questi ciclopici blocchi di tufo erano ex voto offerti alla genitrice primigenia e grande consolatrice delle gestanti. È una vera e propria sacralizzazione del ciclo riproduttivo, che dopo il crepuscolo degli dei pagani, tracima sulle Madonne cristiane e sulle sante come Maria Francesca.

Il cui culto conserva qualcosa che ricorda i rituali propiziatori che le donne sterili compivano in onore di queste antiche dee. Dove il contatto fisico con il simulacro della divinità o con uno dei suoi oggetti o attributi, era condizione necessaria per la concessione della sospirata gravidanza. Perché si pensava che provocasse un contagio positivo, una forma d’induzione magnetica dell’energia fecondatrice.

Un’idea che si è trasferita in quelle pratiche cultuali del cristianesimo dove i devoti assorbono la potenza divina strofinando i fazzoletti sulle immagini della Vergine o dei santi taumaturghi. O, come avviene a Loreto, bevendo la polvere della Santa Casa di Maria sciolta in acqua. Alla base c’è l’idea molto semplice, e al tempo stesso poetica, di un corpo a corpo con il sacro. Che in molti casi effettivamente funziona. Forse perché colpisce dei recettori emotivi in grado a loro volta di risvegliare delle potenzialità che dormono. Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss ha inventato il concetto di efficacia simbolica per spiegare questi fenomeni che, in forme diverse, sono presenti in tutte le culture. Prima o poi i neuroscienziati che studiano l’effetto placebo ci diranno come e perché tutto questo avviene. Per ora bisogna tenersi amico il mistero.

    Sedia della fertilità

È quel che fanno le devote di Maria Francesca che ritengono fondamentale toccare le cose appartenute alla santa e, soprattutto, accomodarsi fiduciose sulla sua sedia miracolosa. Sarebbe il caso di definirla gestatoria, visto che nell’antichità le puerpere partorivano da sedute. E le divinità specializzate in fecondazione assistita, come Lucina, come Hera, venivano raffigurate assise in trono. E così pure le Madonne. In maestà, come la Vergine di Duccio di Buoninsegna. O, nel caso di Raffaello, sulla proverbiale “seggiola” che dà il nome al celebre dipinto. Un meccanismo semplice, quasi un automatismo simbolico di sicuro effetto emotivo. E non solo.

Visto l’elevatissimo numero di fiocchi rosa e azzurri che adornano la casa della santarella. Si spiega anche così il pellegrinaggio della speranza che risale vico Tre Re in cerca di una fecondazione assistita dall’alto. Nato come devozione locale e diventato una liturgia glocal. Donne e uomini arrivano anche dall’Europa, dall’America Latina, dagli Stati Uniti.

E da qualche anno si è aggiunto il flusso dei crocieristi che approfittano dello scalo napoletano per infilarsi in un “very pittoresco” vicolo della storia, dove i riti propiziatori convivono con le sfogliatelle. E chi non può andare di persona, frequenta i siti che hanno trasferito il culto sul web. Su rosarioonline è possibile scaricare perfino una “Novena a Santa Maria Francesca per la gravidanza”. Insomma, se una santa doveva raccogliere il testimone dalle mani delle antiche divinità pagane, questa santa non poteva che nascere nella città di Filumena Marturano. Dove i figli so’ piezz’ ‘e core.



La Repubblica – 18 settembre 2017

mercoledì 20 settembre 2017

Il gatto del rabbino


Il gatto del rabbino ha mangiato un pappagallo e impara parlare. Dopo anni tra le carte del padrone, il felino si rivela colto d’ebraismo e chiede: «Sono un gatto ebreo?». Certo che lo sei, risponde il rabbino, giacché lo è il tuo padrone. «Ma non sono circonciso», replica il gatto. Non si circoncidono i gatti, risponde il rabbino. Una serie francese di album a fumetti spiega i fondamenti della religione ebraica.


Marco Ventura

La fede, affari di famiglia. Quasi



Il gatto del rabbino ha mangiato un pappagallo e sa parlare. Dopo anni tra le carte del padrone, il felino si rivela colto d’ebraismo e chiede: «Sono un gatto ebreo?». Certo che lo sei, risponde il rabbino, giacché lo è il tuo padrone. «Ma non sono circonciso», replica il gatto. Non si circoncidono i gatti, risponde il rabbino. «Non ho fatto il mio Bar-Mitzvah», osserva allora l’animale parlante. Hai sette anni, e il Bar-Mitzvah si fa a tredici anni, ribatte il rabbino. I miei sette anni valgono sette volte sette, insiste il gatto. La richiesta perentoria chiude lo scambio: «Se sono un gatto ebreo voglio il mio Bar-Mitzvah».

Comincia così nel primo album del 2002 la fortunata serie a fumetti francese Le chat du rabbin , sei album finora, alcuni tradotti in italiano, un film d’animazione di successo nel 2011. L’autore Joann Sfar risponde alle inquietudini religiose del pubblico occidentale attraverso una parabola sulla tentazione fondamentalista e le virtù della tolleranza. Al centro sta l’iniziazione alla fede, il percorso verso la maturità, l’inclusione comunitaria, la potenza rituale, la tradizione perpetuata.





















I ragazzi ebrei attendono il Bar-Mitzvah, la celebrazione del raggiungimento della maggiore età. Il tredicenne riceve e indossa per la prima volta gli astucci neri con i passaggi della Torah. In sinagoga recita la benedizione, legge il testo sacro, canta l’ Haftarah , la lettura aggiuntiva dal Libro dei Profeti; poi ascolta il discorso del rabbino della comunità, e propone egli stesso una riflessione. Sono centrali la preparazione e la parola. Come per il gatto parlante del rabbino di Sfar, la cui pretesa di celebrare il Bar-Mitzvah riassume la religione secolarizzata occidentale.

L’iniziazione alla religione è affare di scelta, di convinzione personale. Di desiderio incomprimibile. È un percorso di messa in discussione della fede bambina: perché anche i minori, ormai, hanno diritti; e perché la fede è essa stessa divenuta un diritto. Sicché chi entra nel supermercato delle religioni è un consumatore preparato. Un consumatore iniziato.

Naturalmente questa è solo una parte della realtà. Il prodotto portato alla cassa soddisfa l’individuo ma è super sociale; è pieno di dati informativi nell’imballaggio, ma lo compro per il brand. L’iniziazione religiosa secolarizzata digerisce di tutto. È tanto teologica, ma anche ricca di rito; invita sui social e riscopre la tradizione; si abbuffa al ristorante e dona agli affamati del mondo; si differenzia dai concorrenti sul mercato, è un po’ massonica tra i mormoni, per gradi nella Scientologia.


Dagli immigrati, invece, viene un’iniziazione per nulla intellettuale e autocritica; tutta famiglia e poco individuo; incisiva sul corpo in forma privata, con la circoncisione, e in forma pubblica, con il velo per le giovani dell’islam o il turbante per i ragazzi sikh.

L’iniziazione à la carte e l’iniziazione tradizionale si contrappongono tanto più quanto più coabitano le religioni del nord e del sud; eppure, coabitando, esse si influenzano, talvolta si ibridano. Le ragazze musulmane non portano il velo solo per paura degli schiaffi di papà. Dal canto loro, i sostenitori della cresima a 11 anni hanno vinto in molte diocesi cattoliche d’Italia: perché l’ultimo sacramento «della iniziazione cristiana» è meno scelta d’adulto e più docilità allo Spirito Santo. Ci si prepara di conseguenza: testate se siete pronti alla cresima cattolica attraverso un quiz online americano. Il gatto del rabbino, certamente no. Lui esige il Bar-Mitzvah perché ha scelto la fede nel dubbio.


Il Corriere della sera/La Lettura – 17 settembre 2017

L'arcano sentiero


Il creamcafé e i suoi cinque anni di vita


Paul Cézanne, Le Chant de la Terre

   La-Montagne-Sainte-Victoire-vue-des-Lauves

Una grande mostra a Martigny ripercorre, attraverso più di cento opere, l'intero corso pittorico dell'artista francese capace di andare oltre l'Impressionismo.


Fabrizio D'Amico

Come è moderno Cézanne

"Paul Cézanne. Le Chant de la Terre" è la vastissima mostra annuale della Fondazione Gianadda a Martigny (oltre cento opere, che ne coprono l'intero percorso; a cura di Daniel Marchesseau, fino al 19 novembre). Nato ad Aix-en-Provence nel 1839, alla fine degli anni Sessanta Cézanne ha trent'anni, e cerca ancora una sua verità, lungo sentieri non sempre canonici: in Tintoretto e nel Greco, nelle pieghe più nascoste della pittura del prediletto Delacroix, in Courbet e nella sua materia sovraccarica, nell'arte provenzale d'ogni secolo.

Ne escono strani dipinti, ispirati forse a una distorta religiosità, forse all'arte sacra che aveva larga fortuna nella Francia della metà del secolo, certo nelle letture di Flaubert e, forse più di tutto, nella amicizia con Zola, nata sui banchi del liceo di Aix, e rinsaldata dalle fughe con lui compiute, e dai colloqui scambiati nei boschi della montagna Sainte-Victoire. È con questi dipinti che s'apre la mostra di Martigny: ad esempio con uno dei capolavori di quel tempo, la Tentazione di sant'Antonio della collezione Bührle.

Poi, presto, è la natura ad avvincerlo. Scrive allora a Zola: "tutti i quadri fatti all'interno, in studio, non varranno mai le cose fatte en plein air. Rappresentando scene dell'esterno, il contrasto delle figure sul terreno è straordinario. Vedo cose magnifiche e bisogna che mi decida a fare solo cose en plein air". È con le Usines près du plateau du Cengle, della fine degli anni Sessanta, che ci troviamo di fronte, a Martigny, al primo autentico colpo d'ala di Cézanne paesaggista, col quale il pittore si stacca d'improvviso da una dipendenza da ogni modello — ivi compreso quello di Pissarro, pittore che sempre predilesse — e preannuncia tanto del suo futuro.

Sia che vi si scorga un paese dipinto direttamente "sur le motif", sia che vi si legga un paesaggio d'invenzione, come nel di poco successivo Le Bac à Bonnières, è una analoga asciuttezza di sguardo a riempire di poco le composizioni; uno sguardo su di un brano inameno di paese, spoglio di seduzioni e di racconto, di sogni avventurosi e fantastici, in una visione che procede dal primo piano all'orizzonte per masse giustapposte e l'una come incastrata nell'altra.


Gli anni subito successivi, che scorrono dal 1871 e 1873, e che rimarranno forse fra i suoi più sereni, videro una frequentazione assidua del tema del paesaggio.

L'accumulo grave di materia, la persistenza ricercata del senso della massa e del volume che governano i dipinti di questo tempo (ove il peso delle cose — i tetti, i muri sbrecciati delle povere abitazioni — ingaggia una lotta, che sarà alla fine vittoriosa, con il valore opposto, permeante, della luce) lo distaccano dalle ricerche coeve dei compagni di strada (di Monet, Renoir e Sisley), tese a registrare sulla superficie le mutevoli impressioni dell'occhio di fronte alla natura. "Cézanne va subito alle estreme conseguenze, cioè scarta tutto ciò che è accidentale, vede soltanto le masse e la dialettica essenziale delle luci e delle ombre, imprime quindi in ogni cosa una fermezza di eternità, e giunge immediatamente al monumentale", ha scritto — già nel 1935 — Venturi, precorrendo un'ipotesi critica in seguito largamente frequentata.

Allo scadere dell'ottavo decennio del secolo, poi, è ormai colma la stagione della prima maturità di Cézanne; e compiuta la nascita di quello che è stato chiamato il suo "tratto costruttivo", attraverso il quale il pittore assicurerà alla sua immagine quel sentimento dell'eterno che sarà il suo tesoro più prezioso di qui in avanti: da quando seppe con definiva chiarezza che avrebbe voluto "fare dell'Impressionismo qualcosa di solido e durevole come l'arte dei musei". Si distanzia adesso, Cézanne, dalla visione puramente ottica elaborata dall'impressionismo; e assicura la persistenza dell'oggetto, del suo peso, della sua ansia, del suo spessore d'esistenza, entro quella pittura di superficie che sembrava doverla contraddire.

    Madame Cézanne à l'éventail

Come nei paesaggi, il "paradosso" di Cézanne è evidente, a partire dalla fine degli anni Ottanta, nelle nature morte e nei ritratti: opere capitali come Bouteille de liqueur, o come Le paysan affiancano qui dipinti come Les bords de la Marne, e frastornano le leggi prospettiche, assicurando nel contempo a ciascuno degli oggetti raffigurati una pregnanza, un peso, una certezza d'esistenza assoluti: come fosse "sordamente illuminato da una sua internità, l'oggetto, lo scorcio di paese, il corpo del soggetto ritratto resistono ai molteplici punti di vista da cui esso è guardato, proprio mentre quella frantumazione dell'unità di tempo e luogo che Cézanne attua sembra insidiare la sua normale esistenza".

Finché vengono le opere ultime (qui, ad esempio, lo Chateau- Noir del Museo Picasso di Parigi): dove è un affondo straordinario al cuore d'una natura in subbuglio, da cui chi guarda è infine stordito, e vinto. Pittura, solo, perché ogni racconto vi è eluso, ogni fuga fantastica interdetta. Pittura in cui lo sguardo annega, privato d'ogni appiglio.

Solo sente, chi guarda l'immagine, l'ineluttabilità di questa apparizione, in bilico fra ascesa e vertigine, fra colore e massa.


La Repubblica – 3 settembre 2017

martedì 19 settembre 2017

Il sangue sparso va placato



A proposito della polemica (disgustosa) su Giuseppina Ghersi


Ce lo hanno insegnato i greci. Il nemico ucciso va placato, sacralizzandone la morte. Lo fa Achille, dopo aver fatto scempio del corpo di Ettore. Lo fa Ulisse dopo la vendetta e lo sterminio dei Proci. Il sangue sparso va giustificato perchè ogni guerra è una guerra civile. Solo così la vita può riprendere. Ce lo ricorda Cesare Pavese.

Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini: sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.


(Cesare Pavese, La casa in collina)